Intervista al prof. Francesco Giorgi, autore del libro
“IL MEDICO DEL MONDO. ALLA SCOPERTA DELL’ANIMA”
(Firenze, 28 giugno 2021)
Interviene il Dott. Antonio Lovascio, giornalista, Direttore dell’Ufficio delle comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi di Firenze…
«E’ vero quanto alcuni in questi giorni hanno detto e scritto. Abbiamo bisogno di parole, dopo le paure, i silenzi e le solitudini della pandemia. Abbiamo bisogno di un libro per lasciarci alle spalle il vuoto delle stanze delle nostre case, nell’ultimo anno meno frequentate da parenti ed amici come una volta ; un libro per entrare in altre vite che ci offrono tracce invisibili per ritrovare nuovi punti di orientamento. A tutti voi consiglio – come ha già fatto con la consueta maestria l’amico don Vincenzo Arnone, un prete che condivide il suo ministero sacerdotale con la passione letteraria, che concretizza come critico e scrittore – consiglio di non perdere l’occasione dopo questa serata di leggere, se non lo ha ancora fatto, “Il medico del mondo-Alla scoperta dell’anima” appena pubblicato da Francesco Giorgi. Confesso che leggendolo in queste settimane ho trovato un aiuto, una spinta a rinnovare la mia tensione spirituale. Ho compreso perché non bisogna avere paura di attraversare quella che Madre Teresa chiamava la “notte oscura” dell’anima, un momento di abbandono della speranza dove nemmeno la presenza di Dio sembra riuscire ad essere efficace, e spesso si finisce persino di dubitare della propria Fede o dell’esistenza del Creatore. Dove i giorni si alternano senza gioia, scivolando nel dolore interiore sempre più intenso.
Per l’evento di stasera, non essendo un critico letterario ma un giornalista, ho suggerito alla preside Maria Concetta Guida di far seguire alla presentazione di don Vincenzo, una sorta di intervista all’autore, che volentieri ha accolto la mia proposta. Qualche minuto però voglio spenderlo per esprimere una mia riflessione sulla fatica letteraria di Francesco Giorgi, che ha trovato una formula magica per far convivere in un romanzo ambientato a Firenze (città che Giorgio La Pira esaltava per la sua bellezza generatrice di contemplazione, pace, elevazione) il frutto della sua formazione filosofica e teologica, rinvigorita dalle quotidiane esperienze di insegnamento in un Liceo, con lo stare in mezzo ai giovani per trasmettere valori e ricevere energie fresche. Cosa ho scoperto attraverso i dialoghi intensi tra i due protagonisti ? – un uomo di scienza, il medico Nikola e la moglie Soleia, fortemente votata alla mistica ed all’Amore vero, eterno – Ho trovato conferme e motivazioni plausibili del perché viviamo un tempo di crisi. Con questa parola, per tanti versi abusata, si vuol dire che sono tramontate alcune immagini, idee, ideologie, modi di pensare e di vivere che garantivano unità alla vita delle persone e le faceva sentire in cammino verso una direzione precisa.
La crisi riguarda le ideologie e quei sistemi di pensiero che pretendevano di comprendere fino in fondo la società e la vita dell’uomo, e di indicare la strada da percorrere. Sono cadute le ideologie che predicavano la felicità attraverso il progresso scientifico e tecnologico, la politica e la trasformazione sociale, la liberazione delle energie psichiche e sessuali. Confusamente l’uomo oggi – ancor più dopo questa emergenza Covid – percepisce che le speranze cullate dalle ideologie erano povere. Reagisce con un profondo disinteresse verso di loro, senza tuttavia trovare qualcosa con cui alimentare la speranza. L’uomo medio vive così alla giornata, incapace di un pensiero e di un modo di vivere che abbracci tutta la vita. L’uomo oggi si riconosce limitato e povero. Di fronte alla sofferenza, si rende conto che la medicina, la scienza, le parole di conforto della stessa religione, sono povera cosa. Basta un nulla per distruggere una famiglia costruita con pazienza negli anni.
La vita è fragile e niente può salvarla dalla fragilità. Di conseguenza, essa va presa senza troppo entusiasmo e senza troppo soffrire.
Difendendosi dagli eccessi esterni, l’uomo tende a crearsi una zona temperata in cui vivere senza troppi affanni. Anche se percepisce che questo è bluffare. Se ne rende conto nei momenti in cui l’ansia e l’incertezza del presente e del futuro lo prendono e lo sommergono. Il limite gli resta invalicabile, insuperabile.
- Dopo questa mia breve riflessione, una prima domanda: spesso i protagonisti del suo romanzo si interrogano sul senso della vita e sull’esistenza di Dio, partendo da un punto di vista diverso. Cos’è che li fa incontrare in una sorta di “crocevia” ?»
Risponde l’autore, il prof. Francesco Giorgi.
«Intanto, mi consenta di fare due sottolineature rispetto a quanto di così importante ha detto nelle sue riflessioni. Abbiamo bisogno di parole dopo i silenzi… bellissimo… come di silenzi dopo le parole… la musica della vita è fatta di melodie e di pause sapienti. Aver contribuito a rinnovare la tensione spirituale era esattamente il mio intento… questo mi ripaga già della mia fatica. Aver dato un po’ di forza per intravedere un riflesso della Luce nella notte oscura… Lei mi permette così di evidenziare un ulteriore livello di lettura del testo, che bene ha colto anche mia moglie quando ha illustrato la copertina del libro: non si tratta solo del dialogo tra uno scienziato non credente e una mistica… ma è un colloquio di ciascuno di noi con la propria anima e con la propria ombra… ciascuno di noi è intelletto e sfera emotiva, ragione e passione, luce e oscurità. Il dubbio ci raggiunge e si accavalla con le certezze conquistate o ricevute in dono, ci muove fuori e dentro come impetuose onde… noi siamo disorientati e la nostra presa sul timone si fa debole, talvolta ci sentiamo di non poter far altro che accettare di affondare…
Vengo alla sua domanda… cosa fa incontrare i protagonisti che partono da un punto di vista così diverso? Direi l’esigenza di un Significato… Viktor Frankl ha evidenziato come l’essere umano – preda di una frustrazione esistenziale – sia alla ricerca di un Senso, sempre… quando sta bene e quando sta male… cerca una ragione per vivere, per continuare a vivere e per cui valga la pena spendersi, consumarsi e spegnersi… e non solo dopo aver soddisfatto i bisogni cosiddetti primari (come se prima vi fosse il nutrirsi e solo poi il motivo di vita). Come cristiano so che questo ha una causa ben precisa… è il Senso che ci ha tracciati e che ci sta cercando… eppure, ci illudiamo o ci rassegniamo di potere essere proprio noi a disegnare soggettivamente i vari sensi alla vita…
Ecco cosa significa tempo di crisi… è il tempo che scorre… disperatamente, il chronos… Non è solo questo nostro “complicato oggi” il tempo della crisi e della grande rassegnazione… ma è tutto il dispiegarsi temporale dell’umanità, quando a questa storia sottrai il Significato che trasforma il chronos in kairos, il finire del tempo in “ultimi tempi”, a partire della risurrezione dai morti di Cristo. Solo questa notizia permette di superare la grande rassegnazione che limita l’auto-trascendimento a un livello meramente fisico e psichico… fuori da questa unica, ineguagliabile e sconvolgente prospettiva di realizzazione cristiana rimane solo il nobile intento di ascoltare la propria coscienza e di tentare di accordarla alle innumerevoli interpretazioni delle variegate coscienze altrui. Ciò, peraltro, non senza fondarsi su quello Spirito di Dio che comunque tutti misticamente ci unifica. Senza la consapevolezza della fede in Cristo, sottraendosi alla grazia della vera gioia, ci è possibile al massimo una serena rassegnazione: essendo comunque visitati da Dio, la disperazione non è mai assoluta…
Allora la crisi può diventare un’opportunità di recuperare il nostro telos, per decifrare le direzioni che non tradiscono questa meta che è personale e comune… Altrimenti, la libertà si trasforma in indeterminatezza e arbitrio… Questo telos è un dono di Cristo ed è la beatitudine e la trasfigurazione del cosmo: il fine è la gloria celeste, la piena felicità che è insieme mia e di tutti gli altri… non la semplice soddisfazione intesa come stato d’animo conseguente al raggiungimento di un obiettivo provvisorio…»
Riprende la parola il Dott. Antonio Lovascio, giornalista:
2. Qual è la differenza tra ateo e credente ? Cos’è il mondo senza Dio ? Perché rifiutarlo ? Chi conosce Dio? Dove trovarlo? Qual è il suo volto?
Risposta dell’autore:
«La differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi vive a un livello umano e chi vive a un livello sub-umano e talora disumano… il livello subumano non è neppure bestiale, poiché quest’ultimo è fatto di impulsi e di istinti che offrono una guida in qualche modo bastevole per gli animali. All’essere umano non è sufficiente la conduzione naturale degli istinti… egli vive nell’intenzionalità che lo rende responsabile delle proprie scelte e dei propri atti. L’uomo è anche tradizione… ma oggi spesso rifiuta “il già stato” come vecchio e il fare memoria a volte gli fa male… il livello umano presuppone l’auto-trascendenza, un andare oltre, un andare verso come risposta a un sentire profondo… l’autocoscienza e la riflessione… e ogni uomo capace di interrogarsi cerca risoluzioni, appigli e valori che altro non sono che una fede… Per questo Soleia – la protagonista del libro – dice che tutti gli uomini hanno fede, perfino nella non fede… Il ritenersi ateo è in realtà un’astrazione percettiva di chi si pensa come estremamente materiale… per questo – professandosi tale – si configura come un vero credulone, in realtà… L’ateo che in teoria ha già deciso che Dio non esista si trova costretto a trasformare la realtà in dio… è succube di una fisiolatria, l’idolatria della natura… Vedete, per l’ateo Dio non esiste e il credente si illude… per il cristiano è esattamente il contrario… Dio non può non esistere e sta accanto all’ateo che non può sbarazzarsi di Lui… Dunque, l’ateo non esiste sia perché deve necessariamente credere in qualcosa di indimostrabile, sia perché – per grazia divina – non è in suo potere riuscire a eliminare Dio. Allora non esiste, non è mai esistito e mai esisterà un mondo senza Dio… così come la realtà naturale non può che essere al tempo stesso anche soprannaturale. Per il non credente il mondo è senza Dio punto e basta… ma non può che umanizzare e quindi divinizzare il caso o la natura…. Con il grande rischio che questo comporta per il mondo. Io parlerei allora di rifiuto di una certa immagine di Dio, più che di rifiuto di Dio… Aver rifiutato Dio per il mondo – anche storicamente – ritengo abbia significato poter liberare e affermare l’io… Soleia ha capito perché… perché Dio era stato trasformato nell’enorme strapotere di un Super-Io… la Legge che indica la via senza darti la forza di rimanervi e che, se assolutizzata – come dice Paolo, inesorabilmente ti condanna… l’uomo non ha bisogno di essere condannato, ma amato, salvato! Ecco perché Papa Francesco insiste su questo fronte… ecco il motivo di tanta critica… il Super-Io è molto orgoglioso… Lei mi chiede… Chi conosce Dio? Chi crede nell’Amore che ha creduto in lui è ora capace di amare e conosce l’Amore… E come dice Soleia: l’amore deve essere incontrato e ciò è possibile solo perché l’Amore ci è venuto incontro e ha rivelato il volto di Dio… il volto di Dio è Amore, ma non un amore inteso come parola astratta… il volto di Dio è Gesù, “Immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura”… Chi è stato incontrato da Gesù Lo riconosce in ogni volto, in ogni situazione bella o anche dolorosa… Questo incontro con lo Spirito di Dio e con l’anima nostra, con quella altrui e con l’anima del mondo intero dà nutrimento alla nostra vita, alla nostra umanità… tuttavia, ricordiamoci che l’anima ha bisogno ella stessa di nutrimento. Gesù ha detto che occorre nutrirsi di Lui… questo è possibile principalmente nei sacramenti, con la preghiera, con la vita nelle sue varie sfaccettature… la lettura di un libro, la visione di un’opera teatrale o di un film… una passeggiata, una pizza con gli amici, l’ascolto di una canzone, un ballo, la contemplazione della bellezza di Firenze come del corpo della nostra amata… e ci sono poi le zone d’ombra tra i colori della vita, le sconfitte insieme alle conquiste e le perdite unite ai ritrovamenti preziosi e inattesi… talora gli incubi si alternano ai sogni. Anche in questi tratti si rivela a noi Il Significato, l’origine prima e il vero destino ultimo della nostra esistenza…»
3. Nikola, prima di conoscere la verità di se stesso, scopre l’amore grazie a Soleia. L’amore terreno può ostacolare il rapporto con Gesù, che la giovane mistica definisce “il vero medico del mondo”?
«L’amore non solo non è un ostacolo, ma è la via che ci riconduce all’anima… Questo è in effetti uno dei più gravi fraintendimenti che purtroppo ha origini remote, perfino per certi aspetti bibliche, patristiche, conciliari…
Il comandamento di Cristo è duplice: amore di Dio e del prossimo (se stessi compresi)… Il cuore non si divide, l’amore non si divide… è pieno per tutti… come quello di una madre… L’ambiguità dell’uomo e dell’amore, la possibilità di stravolgimento, come quella di realizzazione, hanno bisogno di un riferimento ideale per essere decifrate, orientate. Il credente non è esonerato e non si esime dagli impegni e dalle contraddizioni del transitorio, né rinuncia, durante l’opera di edificazione del regno, a tenere fermo lo sguardo al dono della trasfigurazione nel definitivo. Il collegamento con il Dio uni-trino non solo non è paralizzante, ma è vitale per l’uomo: è il motivo, la sorgente e la speranza della vera gioia, della comunione dei santi.
Il Dio cristiano permette di definire la direzione e il fine dell’essere e dell’amore umano. In effetti, la più bella definizione di Dio mi pare quella giovannea: ό Θεòς ảγάπη ’εστίν (1Gv 4, 8). La relazione di comunione che unisce le tre Persone della Trinità viene evocata e simboleggiata dal sacramento che lega indissolubilmente l’uomo e la donna e che li apre alla vita. In questo ambito sponsale, l’esperienza dell’unione sessuale diviene celebrazione intima e gioiosa dell’alleanza di amore che Dio vive in se stesso, attraverso un simbolo che muovendo dal concreto esprime e rende presente il mistero trascendente. Anche attraverso questa liturgia nuziale gli sposi possono progredire nel loro cammino di santità e partecipare e contribuire in modo speciale alla comunione ecclesiale e all’edificazione del regno di Dio.
Nel libro, come già nella mia tesi di Magistero, non credo di aver sottovalutato, ma anzi analizzato da più punti di vista, la complessità del cammino che conduce alla realizzazione del noi significante. Certo, questo percorso ha bisogno di un principio e di un fine. L’evidenza della verità non ha talora la forza di distogliere la volontà…
È la rivelazione di Dio che suscita il canto della promessa e quello per il compimento finale. Così prosa e poesia vengono a integrarsi nella via del perfezionamento nuziale.
Quando l’amore umano è connesso al Significato che si incarna nel Verbo Significante, ovvero, quando il significante umano si lascia realizzare e trasfigurare in Cristo, allora l’amore umano diviene “predic-azione”, ostensorio dell’Amore di Dio… Non solo predica, non solo azione, non solo predica sull’azione e non solo azione sganciata dal contenuto della Parola, ma significato svelato, chiamato per nome, incarnato, vissuto, gioito…»
4. Ne “Il medico del mondo” ci sono diversi passaggi che inquadrano il rapporto tra Scienza e Fede: in fondo Nikola e Soleia ne sono due simboli. Nei dialoghi tra loro e con amici toccano alcune problematiche e conflittualità che si rispecchiano nella società contemporanea. Papa Francesco non si stanca di sottolineare l’importanza dell’unione della “riflessione filosofico-teologica alla ricerca scientifica, specialmente nell’ambito medico“; ricordando che “rimane sempre valido il principio che non tutto ciò che è tecnicamente possibile o fattibile è perciò stesso eticamente accettabile. La scienza, come qualsiasi altra attività umana, sa di avere dei limiti da rispettare per il bene dell’umanità stessa, e necessita di un senso di responsabilità etica”. Per Bergoglio insomma “la vera misura del progresso, come ricordava San Paolo VI, è quello che mira al bene di ogni uomo e di tutto l’uomo”. I giovani d’oggi, con i quali al Liceo è in stretto contatto, accettano questa impostazione ?
«Sì, è la frase del Papa rivolta al Pontificio Consiglio della cultura nel 2017. Con S. Giovanni Paolo II diciamo che scienza e fede sono come due ali che conducono alla vera conoscenza… non dobbiamo temere la scienza, ma l’idolatria della scienza. Allo stesso tempo dobbiamo screditare ogni atteggiamento fideistico… Entrambi sono accomunati da una sfiducia nelle più ampie possibilità della ragione. I ragazzi non sempre si ritagliano il tempo adeguato per farsi le giuste domande… sono indottrinati, altro che dal catechismo… i ragazzi non amano le impostazioni, poiché vivono in una società già pianificata per loro e appena possono molti trasgrediscono… è l’unica cosa su cui sentono di poter esercitare un qualche potere… i ragazzi eccellenti però sono molto logici e se interrogati possono solo dare risposte coerenti con gli elementi che la scuola, i genitori e il sistema gli hanno messo a disposizione… Dobbiamo capire il problema di fondo… Proporre il discorso etico non è il primo compito della Chiesa, proprio perché esso viene percepito come un voler ristabilire il potere del Super-Io sulle coscienze… La Chiesa non dovrebbe alzare la voce tanto sui problemi morali, ma anzitutto non rinunciare ad annunciare la Verità di Cristo sulla quale può dire a se stessa e suggerire anche agli altri il fondamento della morale e l’ispirazione fondante e orientativa di quella legge positiva che gli uomini devono identificare insieme… Mentre la Chiesa ha unito fede e morale in maniera quasi inscindibile… ciò può essere vero solo se la morale è identificata con Cristo e non con una serie di norme, permessi e divieti percepiti come necessariamente mutevoli… Allora, mettiamoci nei panni dei giovani ai quali abbiamo insegnato che Dio non esiste, che Gesù è un mito e non solo… ma anche che non vi è niente di metafisico, ma che tutto è naturale, in perenne e insensata o apparentemente sensata trasformazione… Non solo andrà in pensione Dio, la Chiesa e il Cristianesimo, ma ogni religione, ogni filosofia, ogni letteratura… perché dovrei studiare il pensiero di un altro soggetto, quando io faccio prima a sostenere semplicemente il mio pensiero, che peraltro non può onestamente confrontarsi con quello di nessun altro mancando i criteri oggettivi di paragone… Ecco la crisi degli studi umanistici… Sopraggiunge e si propaga in molti contesti per la non immediata evidenza della loro utilità, spendibilità nella prassi sociale… Ecco la difficoltà di riconoscimento di autorevolezza anche di ogni psicologia che non abbia un approccio biologista, psichiatrico e neuroscientifico… Quando decade il Senso, l’unica cosa che rimane è spesso la semplificazione-fuga dello sballo, dell’acquisto compulsivo, dell’attivismo frenetico… per non pensarci… l’unica cosa di credibile è la scienza con la sua arte che è la tecnica… Si cerca un nemico da combattere a tutti costi, perfino ricorrendo a disumane bassezze, non avendo un orizzonte più alto da abbracciare. Di fronte a tutta questa immane sfida culturale, noi stiamo ancora a dissertare sui rapporti contro-natura del piffero, quando per l’uomo aggiogato da questo mondo tutto e il contrario di tutto è solo natura e niente fuori di essa! Comunque, anche i non credenti possono vivere una moralità elevata ed esemplare solo ammettendo che esista una legge morale, indimostrabile e universale impressa nella loro coscienza, sebbene – agli occhi dei cristiani – questa si riveli in concreto insufficiente a salvare l’uomo… Ritorniamo dunque al kerygma, all’annuncio della risurrezione di Cristo… Allora, nella sua domanda ci sono tre termini – progresso, bene, uomo – di cui non solo i ragazzi, ma neppure gli adulti, i cristiani e gli scienziati sanno più fornire una chiara definizione… Progresso… progredire richiede un andare, un avanzare verso un fine… a scuola si insegna non il fine, ma implicitamente la fine, inesorabile… nessuna direzione può vantare una priorità su qualunque altra… Poi Bergoglio, citando Paolo VI, richiama il bene dell’uomo… Il fatto è che oggi noi – anche se amiamo illuderci del contrario – non sappiamo riconoscerlo… è proprio qui il problema… noi non sappiamo cos’è il bene… non vogliamo una fondazione eteronoma del bene… vogliamo sceglierlo anche solo provvisoriamente in modo soggettivo, o magari temporaneamente a maggioranza. Non sappiamo più neppure chi sia l’uomo… se non una cosa evoluta tra le cose… l’uomo monodimensionale è ciò che mangia… è ciò che sceglie di essere e per il tempo in cui lui sceglie arbitrariamente o istintivamente di essere in un determinato modo… Per i cristiani è invece Cristo stesso il modello di bene verso cui tendere, di divinità e di umanità. Ecco perché bisogna partire da Gesù, dal Vangelo e non anzitutto da un silente impegno nel sociale e da un’urlante campagna moralistica come fossero il primo problema identitario e missionario del cristiano (implicito o testimone) e non importanti implicazioni di un incontro col vero Significato. Invece, per via del politicamente corretto, ci consegniamo al nostro Es collettivistico e mimetico, al sentire generalizzato, arcobaleno e indifferenziato e – fingendo anche con noi stessi, in realtà per comodo allineamento al pensiero globale, che il nascondimento sia la testimonianza più credibile e udibile nel contesto multiculturale, scientista e laicista – non annunciamo più Gesù Cristo come Verità e purtroppo rimaniamo muti quando il sistema Super-Io democratico reprime la libertà pubblica di espressione della nostra spirituale e profonda identità, oppure alziamo la voce quando percepiamo un attacco nei confronti del nostro Super-Io moralistico…. In ogni caso, è bene riconoscerlo, non realizziamo il nostro Sé personale e comunitario, né umano, né cristiano…»
5. Nell’omelia in Cattedrale per la festa patronale di San Giovanni Battista l’Arcivescovo card. Giuseppe Betori ha detto che per la rinascita dopo la pandemia è necessario ritrovare una “identità”. Parola che mi ha colpito anche in un dialogo tra Soleia e Nikola. Soleia dice “Se sappiamo chi siamo …saremo in grado di percepire chi va contro la nostra identità, chi costituisce un pericolo per la nostra civiltà e, chi, al contrario, può divenire per noi una risorsa stimolante per meglio comprendere la ricchezza della nostra specificità cristiana e la modalità di testimonianza più idonea ed efficace della stessa”. Oggi questa identità è troppo fluida ? Da cosa si evince ?
«Sì, anch’io sono stato molto colpito dall’omelia del Cardinale Betori alla S. Messa di S. Giovanni Battista… Per cercare di imprimermi quello che diceva l’Arcivescovo ho usato una mnemotecnica molto semplice: sul momento ho composto un acronimo con le iniziali dei punti salienti della sua omelia… mi è venuto la parola altamente significa L.I.R.I.C.A. che ci rimanda a una poetica rivelativa… La lirica della Verità…
L sta per limite… il senso del limite.
I sta per insieme… possiamo uscire dalla crisi solo insieme.
R sta per rinascita, che non è sinonimo di ripartenza come se dovessimo riprendere tranquillamente da dove avevamo lasciato.
I sta per identità, appunto… identità che è e deve continuare a essere cristiana.
C sta per contemplazione, la nostra amata, minuta e bellissima Firenze ci aiuta a rammentare la nostra identità cristiana.
A sta per il fondamento e il fine di questa identità che è Anima e che è Amore.
Identità significa che non possiamo essere identici, senza anima, senza corpo… sono la nostra anima e il nostro corpo a differenziarci… su questo punto dissento un po’ da S. Tommaso che afferma che la differenziazione e la complessificazione risiedano nella materialità, mentre lo spirito sarebbe essenzialità, unità semplice… Questo – a mio modesto avviso – è fare filosofia, sebbene grande filosofia! – quella aristotelica – prima di Cristologia e trinitaria… Noi come umanità e ciascuno di noi siamo specialissimi… Cristo rivela la nostra identità e il nostro destino con la sua presenza, la sua Persona, la sua vita, la sua risurrezione, la sua trasfigurazione… la nostra identità risiede nell’unione e nella distinzione delle sue due nature, quella divina e quella umana e nella S.S. Trinità… Questa identità va testimoniata non solo con l’esempio di vita, ma anche con l’annuncio diretto, esplicito di Cristo e del Vangelo…
L’identità è fluida… lo sostiene il grande sociologo Zygmunt Bauman. Lui parla di passaggio di stato da solido a liquido… nella modernità solida, a livello politico vi è la presenza dello Stato, delle nazioni, delle lingue nazionali. Lo stato prevale sull’individuo. Poi però si va verso una Modernità liquida (2000), un ghiaccio si sta sciogliendo… Vi è una scarsa aggregazione molecolare. Tutto ciò che è liquido prende la forma del recipiente. Vi è la fragilità dei legami tra uomini. Deformare, cambiare forma indica l’instabilità; è la fluidità che richiama Eraclito, il panta rei, per cui tutto passa, tutto scorre: non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume! Tutto circola rapidamente. Vi è un altro cambiamento che riguarda il ‘denaro liquido’, che può essere usato subito (a differenza degli assegni). Si transita da una mano all’altra, come anche nell’amore. Così si giunge all’amore liquido (2003): l’acqua arriva e cancella tutto ciò che era stato scritto sulla sabbia dagli innamorati.
Siamo diventati pesci impauriti… Si può dire anche di più, drammaticamente di più… Tagliando i ponti con la Sorgente della Vita, siamo ormai solo acqua dentro un rubinetto che non saremo noi ad aprire e che ci disperderà…
Sì, quella della fluidità è una immagine esplicativa di una situazione, ma non offre alcuna vera soluzione alla nostra dissoluzione… Fluidità, lei mi fa notare… Non credo che questo sia il vero problema… da un punto di vista psicologico, sicuramente no. Non è questione di stato della materia… Chi ha detto che la liquidità sia sbagliata… Vorremmo proporre un’umanità gassosa? Mi pare che Bauman sia paradossalmente una riproposizione rassegnata di una forma di materialismo. La liquidità è solo un determinato stato della materia. Nella sua analisi ritengo di poter ravvisare una rilevante carenza (del resto, la sua formazione “sovietica” potrebbe in parte spiegarlo): il non accorgersi che il problema reale non sia un cambiamento di stato aggregativo della materia, ma la perdita di spiritualità e il declino di senso. La soppressione di Dio sostituito dalla fede in un’evoluzione spontaneistica priva di ragione prima e ultima, la rimozione dell’anima, lo svilimento nel sociale o nel moralistico dell’autentica identità umana e quindi cristiana…
Dove si vede questa distorsione identitaria?
Solo tre brevi, ma significativi esempi… Si tratta di tre estromissioni, di tre insidiose menomazioni che nel mio libro “Il Medico del mondo” vengono implicitamente indagate:
– la perdita del senso di distinzione e di unione tra maschile e femminile che non è affatto un discorso moralistico da strumentalizzare, da politicizzare, ma è un problema identitario… psichico, biologico, spirituale;
– la perdita del vero senso cristiano di fratellanza: non basta annunciare Dio Padre e quindi la fraternità tra gli uomini facendo a meno dello Spirito Santo, della Trinità, dei dogmi, della cristologia… Dio non è Padre anzitutto rispetto a noi, ma in Se Stesso… rispetto al Figlio Suo Unigenito… Se non siamo figli nell’eterno Figlio… Come conoscere cosa significa essere padri e fratelli senza questi riferimenti? Potremmo fondare una paternità ambigua, come quella di Zeus, o una paternità autoritaria impositiva, umorale, egoistica, imprevedibile… Come può nascere la fiducia a partire da un tipo di rapporto così? Da Caino e Abele, mettiamoci Esaù e Giacobbe e pure Romolo e Remo, fino alla fraternità della Rivoluzione francese… Non molto promettenti;
– la perdita della distinzione tra uomo e macchina… I robot sono la prova dello smarrimento dell’identità umana… la coscienza, se si identificasse solo con processi neurali e segnali elettrici e bio-chimici, potrebbe presto essere riprodotta… Se invece l’uomo è anche anima, non potrà mai essere compiutamente generato in laboratorio…»